La band milanese al Summer music village allestito sul lungomare del capoluogo. Pochi spettatori rispetto alle attese ma solita performance tosta di Agnelli e soci
Bari - Il primo tra i concerti dell'estate barese è affidato alle corde (vocali e di basso e chitarre) e alla rabbia degli Afterhours. L'ultimo album Padania che ha segnato il ritorno in pianta stabile del chitarrista Xabier Iriondo ha fatto registrare giudizi discordanti tra nuovi e vecchi fans. Ma non è certo uno spiccato senso critico dei baresi che ha portato solo qualche centinaia di spettatori ad assistere all'esibizione della band milanese al Summer music village, di fronte al porto. Proprio il colpo d'occhio su alcuni aspetti porta forse all'analisi degli aspetti più particolari della (ennesima) serata barese di Manuel Agnelli e soci. Visto che la qualità artistica e la resa dal vivo della rock band è indiscutibile e non fa più notizia.
La consueta delicatezza e classe dei baresi Fabryka ha preparato il pubblico all'arrivo sul palco degli ospiti principali. Il primo aspetto che salta all'occhio: c'è poca gente. Colpa del costo del biglietto (15 euro, con apertura a 8 euro l'ultimo giorno per correre ai ripari, contro i pochi tagliandi staccati in prevendita), della non eccessiva promozione pubblicitaria, della possibilità di ascoltarli spesso (c'è chi si vantava di averli visti oltre dieci volte. Ma era comunque lì)? Probabilmente un mix di questi aspetti, ma le attese erano certo superiori alle scarse mille presenze. Il secondo: l'età variegata degli spettatori. C'erano bambini di sette anni al massimo che cantavano a memoria i versi grintosi degli Afterhours. Come nei concerti dei gruppi storici, i genitori trasmettono ai figli la loro passione e li portano sotto il palco. Vent'anni di carriera, insomma, si fanno sentire sopra e sotto il palco, si può tranquillamente parlare di "gruppo storico". E questo rappresenta un aspetto tutt'altro che negativo.
L'esibizione parte con la prima traccia dell'ultimo Padania: Metamorfosi. Subito, senza fronzoli, formalità o effetti speciali. Quando gli album diventano più cupi, riflessivi, scuri e privi di singoli particolarmente appetibili per il mercato mainstream di solito si parla a torto o a ragione di "dischi della maturazione". Specie quando si tratta di un ritorno alla origini (altra espressione più che usurata), con un nuovo corso tra le etichette indipendenti, dopo l'esperimento agrodolce con le major. Ma Agnelli e i suoi sono ben più che maturi da molti anni e senza problemi riescono a coniugare, dopo un inizio dedicato alle nuove tracce, una scaletta che fa contenti tutti, sparando quasi subito i classici come Male di miele. Combinare i brani più famosi di otto album comincia ad essere difficile. Ma da Io so chi sono a Quello che non c'è o La vedova bianca ci si può ritenere soddisfatti, alla luce di una performance tirata e dalla lunga durata.
Brani vecchi e nuovi sono i solti pugni nello stomaco (Ha ancora un senso battersi contro un demone/quando la dittatura è dentro te? - Padania). La risposta dei presenti è altrettanto forte, fino a trasformare la serata in una sorta di scazzottata. Ma di quelle simili al film (o libro, a seconda dei gusti) Fight club, funzionale al miglioramento di se stessi, chiuse con un abbraccio tra gli avversari/amici. Tutti tornano a casa, ancora una volta, arricchiti dalla band più valida almeno degli ultimi quindici anni.
Parole chiave: Afterhours
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