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venerdì, 10 maggio 2013 ore 08:54
Alta Fedeltà

Un film di Stephen Frears

Alta Fedeltà
di Filippo Parisi

 

 

Regia: Stephen Frears

Con: John Cusack, Jack Black, Todd Louiso, Iben Hjejle, Tim Robbins

Genere: Commedia

Anno: 2000

Durata: 113’

  Ci sono molti motivi che inducono a considerare Alta fedeltà di Stephen Frears, uscito nel 2000, un film da vedere. Innanzitutto il film può essere guardato come un mosaico: tempi passati e presenti, nonché talvolta assurdamente immaginati, s’intersecano a consegnare diversi spaccati della vita di Rob Gordon (John Cusack), trentenne fallito con la passione per la pop music e proprietario di un negozio di dischi – il Championship Vinyl – insieme al balbuziente Dick (Todd Louiso) e al cinico Barry (Jack Black) che non vi venderebbe mai I just called to say I love you di Stevie Wonder perché quello lo trovate al supermercato. Rob traccia un bilancio della sua vita sentimentale improbabile, costellata dalla top five delle cinque storie d’amore più importanti della sua vita, in ordine cronologico dalle medie, che servirà riconsiderare nel momento in cui Laura (Iben Hjejle), la sua attuale compagna, lo lascerà per l’accattivante Ian (Tim Robbins), cultore dello yoga. Poste queste premesse il risultato in programma assume delle connotazioni difficilmente scorporabili dallo stereotipo delle commedie americane ad alto tasso di romanticismo. Eppure Alta fedeltà è tutt’altro rispetto a questo. Così come nella lettura del romanzo omonimo di Nick Hornby da cui è tratto, il film lascia quel sorriso divertito per tutta la propria durata, e nessuna delle avventure amorose e non di Rob riesce del tutto a consolare lo spettatore, sempre tentato di considerare il protagonista come il prototipo dello sfigato alla ricerca di motivazioni che giustifichino il suo karma decisamente avverso, e senza una reale ragione. Un personaggio, tuttavia, che costantemente sfoga la propria libido sulla consapevolezza di essere un Casanova imbattibile se solo gli si lascia la possibilità di darne prova – questione, tra l’altro, che nemmeno Rob riesce a spiegarsi.

Si diceva prima delle motivazioni che spingono a considerare questo film un bel film. In primo luogo, gli attori. John Cusack non è, a mio avviso, riconosciuto per quanto vale. È sempre un po’ in sordina, il suo nome non riecheggia nei memoriali della Hollywood odierna se non per sporadici esempi di blockbuster che non gli rendono giustizia. Eppure fa tanta tenerezza, specie quando irrompe sullo schermo il suo inconscio, il flusso della sua coscienza che parla direttamente allo spettatore, che spiega il modo di comporre una compilation di brani come dio comanda oppure come la musica pop non racchiuda che disperazioni amorose che lui stesso, Rob, ha visto consumarsi nella propria vita. E proprio questa tecnica narrativa rimanda essenzialmente ad un genio del cinema che tra i primi la utilizzò: Woody Allen in Io e Annie, in cui il protagonista Alvy si rivolge allo spettatore proprio per parlare della sua rottura con Annie. Solo che in Alta fedeltà il monologo interiore è esasperato, torna di continuo, esalta l’interiorità in frantumi del protagonista che rompe la quarta parete e sembra stia sul divano accanto a noi a raccontarci di come fu che la ragazzina delle medie gli infilò la lingua in bocca per la prima volta.

Accanto a Cusack, a parte il cammeo di Bruce Springsteen, se c’è qualcun altro da menzionare dal punto di vista degli attori, questi è Jack Black. Non esiste, forse, personaggio più dirompente e scanzonato nella cinematografia odierna quanto lui, capace di interpretare continuamente se stesso con variazioni sul tema praticamente inesistenti, eppure in grado di divertire come nessuno. In questo film, poi, si confronta, come già in School of rock, con quella che appare come la passione della sua vita: la musica, appunto. Da non perdere la sua interpretazione di Let’s get it on di Marvin Gaye alla fine del film

In secondo luogo, la musica. Nel film sono presenti quasi sessanta frammenti di brani musicali dagli anni Sessanta ai Duemila – un’enciclopedia, dunque, che stupisce anche e soprattutto per la peculiarità degli ambiti scenici in cui talvolta le musiche sono inserite, divenendo i temi portanti dei risvolti narrativi. Non stupisce che il film sia stato riproposto quest’anno nelle sale per celebrare la settima edizione della Giornata mondiale dei negozi di dischi, a partire proprio dalla centralità che la musica e il negozio di Rob assumono nel film. Tema dominante, dunque, imprescindibile, ma anche motivo di appeal immenso per chiunque si avvicini al cinema perché attirato da aspetti non essenzialmente a questo attinenti.

In definitiva, Alta fedeltà non è un capolavoro. Il film si lascia però guardare per una serie di motivi a mio avviso differenti per ciascuno. Dopotutto l’arte, e il cinema, cessa di essere del proprio creatore nel momento in cui il risultato finale viene espulso, per divenire parte di un patrimonio collettivo ma soprattutto personale a seconda di ciò che ognuno ritrova in un particolare aspetto del prodotto finito. Così, se mi ritrovo qui a recensire un film che per tre volte si è lasciato guardare e che non disdegnerebbe un’altra visione da parte mia, è perché certamente lo inserirei nella mia personale top five di commedie americane degli anni Duemila

                                                                                                                                                                                                                                           

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

   

 

Parole chiave: alta fedeltà, film

 






 

10.05.13 | 20:04

Hai proprio ragione Giancarlo! Complimenti!

di Longo Sofia

 

10.05.13 | 19:55

Bravo,film fantastico. Vado subito a rivedermelo!

di Pansini Giancarlo

 

 

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mercoledì 22 ottobre 2014
















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