Si torna al proporzionale e i partiti si adeguano. Nel PdL spuntano le valigie e nel Pd c'è chi parla di scissione vicina
di Antonio Scotti
Il bipolarismo sta per scomparire. Gli ultimi sondaggi lo confermano: l’esperienza del governo Monti costerà sacrifici, ma agli italiani piace molto di più del teatrino a cui ci ha abituato certa politica negli ultimi anni. Il mandato del professore della Bocconi scadrà nel 2013, ma non è improbabile che possa continuare per almeno un paio di anni, grazie al sostegno di una grande coalizione che inglobi tutto il voto moderato.
La fiducia che gli italiani nutrono nei confronti dei partiti rasenta l’otto per cento ed è per questo che in molti esponenti politici serpeggia la preoccupazione di doversi ricollocare in qualche modo prima che l’ondata travolga tutto e tutti. Il dopo Berlusconi attende ancora di essere disegnato, ma è sempre più evidente che il punto di snodo sarà rappresentato dalla riforma della legge elettorale in chiave proporzionale.
In questo quadro il destino di PdL e Pd sembra in qualche misura segnato. Il partito del Cavaliere è in caduta libera, perso nei meandri di congressi dalla dubbia validità legale (pensiamo ai casi di Modena, Salerno e Bari, dove la magistratura sta indagando) e dalla difficoltà di trovare candidati che vogliano spendersi per una causa oramai consunta. Per arginare gli effetti nefasti prospettati da alcuni sondaggi, il PdL sta pensando di valutare comune per comune se correre con il proprio simbolo o meno: un segno quanto mai eloquente di un progetto politico fondato su un carisma di un leader uscito a brandelli dopo un ventennio fallimentare.
La fine del bipolarismo all’italiana si ripercuoterà anche sul Pd. La fusione a freddo tra ex diellini ed ex Ds in questi anni non ha prodotto nulla che possa associarsi ad un comune disegno progressista e riformatore del Paese. Nonostante gli apprezzabili ed onesti tentaivi svolti, le anime interne sono rimaste lì dov'erano, agganciate alla carrozza di provenienza, pronti a rivendicare appartenenze e istanze spesso diverse tra di loro. E non è un mistero se a Roma già oggi c’è chi parla di scissione. Più che l’allerta di Bersani sulla riforma del mercato del lavoro, il punctum dolens è rappesentato dall'idea di Grande Coalizione che Enrico Letta e Walter Veltroni hanno lanciato. L’obiettivo sarebbe quello di costruire, attorno a Mario Monti, un progetto di continuità politica per il dopo 2013, evitando che l'attuale primo ministro esca di scena nel momento più delicato del piano di salvtaggio dell'Italia. Sebbene con qualche sfumatura diversa, anche Dario Franceschini propende per costruire uno scenario di questo genere, anche se al segretario Bersani questa proposta non sembra piacere affatto. Le frizioni non mancano e ancora una volta saranno le vecchie guardie ha decidere se temporeggiare o aprire da subito il cantiere per definire il programma post-Monti. Fatto sta che i grancoalizionisti di Pd, PdL e Terzo Polo sono già a lavoro per verificare l’opportunità di costruire un assetto moderato che vada ben oltre gli attuali equilibri e che dia il senso storico di un nuovo inizio.
Ma se a fronte di un cambio di contenitori non si procederà ad una sostituzione dei principali protagonisti della Prima e della Seconda Repubblica, allora è inutile illudersi: ci ritroveremo di fronte all’ennesima puntata trasformista del nostro Paese. La riforma proporzionale avrà il merito di adempiere meglio al dettato costituzionale (i cittadini voteranno i parlamentari, le formazioni politiche e non il primo ministro), ma se i partiti pensano di rifarsi una verginità semplicemente ricollocandosi sulla scacchiera, allora la fiducia nei loro confronti cadrà in modo sempre più verticale.
La definizione di nuovi progetti politici deve passare da un rinnovamento profondo della classe dirigente e da una adesione forte ai problemi della società. Ma non si illudano i capipopolo (da queste parti ne abbiamo abbastanza). I partiti non possono essere sostituiti con il leaderismo di bottega populista. Occorre fare un passo indietro e liberarci dalla scorie di una gestione drogata del potere. E' ora che i partiti si voltino indietro e recuperino la fiducia di elettori spaesati e disillusi, aprendo le porte dei luoghi dove si assumono le scelte e attivando una vera dinamica di partecipazione. Occorre insomma che la politica intercetti le persone, le associazioni, i comitati e li convolga in un percorso di rinnovamento profondo della società. Insomma, serve far comprendere che dopo il buon Monti esiste almeno una possibilità di non tornare a quello che abbiamo lasciato prima che il professore mettesse piede a Palazzo Chigi.
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