Politecnico di Bari, imprese, istituzioni: un “ecosistema” per l’innovazione

di Redazione Go Bari sabato, 30 aprile 2016 ore 08:00

Venticinquesimo anniversario. Risultati e prospettive alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2015/2016

«Ci aspettiamo non regali, non fondi dati a pioggia oppure alla cieca, ma un supporto, fattivo e di ampio respiro, su progettualità innovative da condividere». Così il rettore Eugenio Di Sciascio, riferendosi al ruolo del governo regionale, ha sintetizzato stamattina il suo progetto di sviluppo per il Politecnico di Bari, nel suo discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico 2015/2016. Un programma che richiede la collaborazione tra le università, le imprese e le istituzioni del territorio per «un nuovo modello di  università», che «non può più permettersi di sfornare laureati» ma che deve «formare professionisti, in linea con le esigenze del mercato». Fedeli al protocollo accademico, la cerimonia, svoltasi nell’aula magna “Attilio Alto” del campus universitario si è svolta alla presenza di numerosi rettori e delegati di varie università, autorità civili militari e religiose.
Innovativa, invece, è stata la formula scelta da Di Sciascio per interfacciarsi con i rappresentanti della politica e dell’impresa. Grande sintonia, nei rispettivi interventi, si è registrata tra il rettore del Politecnico e il presidente di Confindustria Bari e Bat, Domenico De Bartolomeo. «Accogliamo con molto interesse l’obiettivo del Rettore ad intensificare i rapporti con le imprese». Presenti anche i sottosegretari all’Università, Angela D’Onghia e al Lavoro e le Politiche Sociali, Massimo Cassano
Dati alla mano, Di Sciascio ha illustrato le iniziative (come il nuovo corso di laurea in Ingegneria dei sistemi medicali, richiesto dalle imprese e progettato con queste) che stanno già trasformando le strategie della didattica, di pari passo ai risultati della ricerca, in modo da formare figure che siano richieste dalle aziende e assorbili in tempi brevi dal mercato del lavoro. Per il 2015, il tasso di occupazione, per il Politecnico di Bari, si è attestato al 91.5% dei laureati, per l’area di Ingegneria e al 77.8% per l’Architettura, nell’arco dei tre anni dal conseguimento della laurea (dati Almalaurea). Con un tasso di immatricolazioni in crescita quest’anno, il Politecnico ha registrato anche un aumento delle iscritti (oltre 1.000 nella sessione anticipata di aprile) per i test di accesso alle lauree di Ingegneria, rispetto all’anno scorso.  Drammatica, a tratti, la situazione del sistema universitario a fronte dei tagli ai finanziamenti, razionamento del turn over del personale e blocco degli scatti stipendiali.
«Ma noi facciamo di necessità virtù» ha detto Di Sciascio illustrando una serie di possibili canali di finanziamento alternativi, come i laboratori misti, pubblico-privato che stanno dando grossi risultati. Da qui, la proposta del rettore Di Sciascio di un “ecosistema” con il mondo produttivo e delle istituzioni, per potenziare l’azione della ricerca scientifica e fare scaturire, da quest’ultima, l’innovazione tecnologica che serve allo sviluppo del territorio.
Emiliano ha risposto annunciando un piano settennale di investimenti (500 milioni di euro) per rifinanziare il bando regionale “Future in research” e i cluster tecnologici. Inoltre, il governatore ha fatto un riferimento all’ipotesi di un Politecnico di Puglia, che riunirebbe Bari e Lecce (l’Università del Salento con la sua Ingegneria) in una nuova e più grande realtà accademica. Dal Comune, rappresentato dall’assessore alle Politiche giovanili e Università, Paola Romano, l’impegno a sostenere, in termini di servizi, della città universitaria. Inaugurati ieri, con le insegne del Politecnico, due pullmini donati proprio dall’assessorato, da nove posti l’uno, che saranno destinati al trasporto degli studenti disabili.
Emozione in sala quando è stato il turno del rappresentante degli studenti. Quest’anno, il Rettore ha voluto che raccontasse la sua storia Ibrahima Baldè, studente 21enne di Ingegneria meccanica al primo anno. Di origine senegalese, Ibrahima è arrivato in Italia ancora minorenne con un barcone, da Lampedusa trasferito al Cara di Bari, poi un passaggio in una struttura di accoglienza e, infine, una lunga e difficile esperienza da senzatetto. Il tutto, sempre studiando e sognando di fare l’ingegnere. Grande interesse, poi ha suscitato la relazione del prof.  Jan M. Rabaey, dell’università di Berkeley, in California, dedicata agli “sciami di sensori”.

La storia di Ibrahima Baldè

Buongiorno a tutti, prima di raccontarvi la mia storia voglio ringraziare il Rettore del
Politecnico di Bari, Prof. Ing. Eugenio Di Sciascio e il Presidente del Consiglio degli
Studenti, Raffaello Perez De Vera, per avermi dato l'opportunità di parlare a voi
quest'oggi.
Il mio nome è Ibrahima Baldè, sono nato in Senegal il 17 Settembre 1994 nel piccolo
villaggio di Sare Kadiang in Kolda, un villaggio molto povero e abitato da circa 600
persone. A Sare Kadiang per i bambini è difficilissimo studiare perché manca tutto,
ho percorso a piedi, ogni giorno fino a 12 anni, 3 chilometri per arrivare a scuola.
Lungo quella strada mi accompagnava, tenendomi sempre per mano, una donna
anziana, la donna che credevo fosse mia madre. Lei faceva tutto per me, nel suo
piccolo non mi ha fatto mai mancare nulla, nonostante i problemi economici. Mi
aiutava a realizzare tutti i miei desideri come andare a scuola e giocare a calcio. Lei
c’era sempre. Del resto io ero un bambino testardo a cui piaceva molto studiare e mi
impegnavo a farlo.
Un giorno, all’incirca a 12 anni, un ragazzo del mio villaggio mi disse che la donna
che mi aveva cresciuto fino ad allora non era la mia madre naturale. All'inizio non
volevo credergli, non capivo nulla, ma tornato a casa arrabbiato ho chiesto la verità.
Lei, molto dispiaciuta della situazione, mi fece calmare e mi raccontò tutto ciò che
sapeva. Mi disse che mi aveva adottato prendendomi dall‘ospedale quando avevo
solo 3 mesi e che aveva già cercato e trovato la mia famiglia naturale. Mi promise
anche che mi avrebbe aiutato a conoscere i miei genitori naturali.
Io devo molto a questa donna che per me sarà sempre la mia mamma, perché ha
fatto tanti sacrifici per me crescendomi come meglio poteva. Mi ha anche lasciato
studiare il Corano, poiché sapeva che la mia famiglia d’origine era musulmana,
nonostante lei fosse Cristiana. Mi ha trasmesso sani valori, l’importanza dei sacrifici
e l’utilità di avere dei sogni nella vita. In poche parole mi ha permesso di diventare la
persona che sono ora.
Al termine dell'anno scolastico la mia madre adottiva, durante le vacanze, mi
accompagnò dalla mia famiglia naturale. Abbiamo trascorso 24 ore di pullman per
percorrere 50 chilometri e arrivare dai miei genitori naturali. Lei mi lasciò lì con
molta tristezza. Sono rimasto con loro 3 mesi, ho conosciuto anche mio fratello più
grande e mia sorella più piccola. Per tutto il tempo, però, ho chiesto loro il motivo
per cui mi avevano abbandonato, ma non mi hanno mai voluto dire la verità. Ciò mi
ha ferito molto e così ho deciso di tornare al mio villaggio dalla mia vera madre.
Ormai la mia vita era cambiata, non riuscivo più a stare da nessuna parte e così ho
deciso di lasciare il mio paese.
Nonostante mia madre non volesse lasciarmi partire a soli dodici anni alla fine riuscii
a convincerla. Dopo avermi benedetto mi disse che mi avrebbe sostenuto per
sempre. Così, una mattina, con molta tristezza e paura ho salutato mia madre, ho
preso un taxi dal mio villaggio alla volta della capitale, Dakar. Il mio viaggio fino
all’Europa è durato circa un anno. Con un pullman sono arrivato a Bamako, capitale
del Mali, di lì al Burkina Faso dove ci hanno lasciato a 20 chilometri dalla frontiera
per proseguire a piedi fino alla capitale, a causa dei documenti non idonei. Lì ci sono
rimasto qualche giorno poiché non avevo più franchi CFA per proseguire. Appena
procurati i soldi mi sono diretto alla volta del Niger sempre in pullman e da qui sono
salito su un furgone alla volta della Libia. Il furgone poteva ospitare al massimo 20
persone, noi eravamo 55, tutti seduti sulle nostre scorte d’acqua. Non ci potevamo
muovere e l’unica maniera per attingere acqua dalle scorte era un lungo tubo di
gomma che abbiamo tenuto in mano per tutto il viaggio. Quando l’acqua finì, finì
anche la ragione umana.
Subito dopo è finita anche la benzina, per cui da lì abbiamo dovuto proseguire a
piedi fino alla frontiera con la Libia.
Lì una famiglia mi ha accolto, dato una mano e ha cominciato a farmi studiare,
permettendomi di imparare l’arabo. Dopo qualche mese è iniziata la guerra contro
Gheddafi e ho deciso di venire in Europa. A 14 anni sono stato costretto a prendere
una barca, era la prima volta che vedevo il mare e molti di noi non sapevano
nuotare. Il viaggio è durato 2 giorni, il mare molto agitato, donne e bambini sotto
coperta, così tanti da non poterci muovere.
Arrivato a Lampedusa stavo così male che sono stato in ospedale per 2 giorni e di lì,
appena ho ripreso le forze, mi hanno trasferito in una comunità per minori, qui a
Bari. In questa comunità mi sono trovato molto bene e ho cominciato a studiare
l’italiano. Ma a diciotto anni, per legge, ho dovuto lasciarla.
Ero di nuovo solo, ho cominciato a badare a me stesso, ho dormito per 3 anni in una
casa abbandonata senza acqua né corrente, mangiavo in una mensa per senza fissa
dimora. Continuavo ad andare a scuola e a studiare, per cui spesso arrivavo tardi in
mensa ed ero costretto a mangiare cibo freddo. Per lavarmi ero costretto ad andare
in campagna a prendere la legna da ardere per riscaldare l'acqua che dovevo
prendere a piedi alla stazione di Mungivacca. Voglio ringraziare i miei amici che mi
sono stati molto vicini e anche le loro famiglie che spesso mi hanno aiutato
lavandomi i vestiti e portandomi del cibo.
Non ho mai voluto dire, per pudore, a nessuno che vivevo lì. Quando riuscirono a
scoprirlo si strinsero attorno a me aiutandomi il più possibile. Grazie al mio datore di
lavoro sono riuscito a pagarmi gli studi. Vivere in una casa abbandonata è stata
un’esperienza fortissima.
Dopo che ho preso il diploma, il desiderio di iscrivermi all’Università diventava
sempre più forte. “Io voglio fare l’ingegnere”, mi ripetevo, e adesso sono qui.
In Italia ho trovato persone gentili e disponibili che mi hanno sempre aiutato: gli
operatori della comunità, quelli della mensa, i miei amici, anche il mio datore di
lavoro, nonostante io non avessi mai chiesto nulla. Anzi non volevo assolutamente
che sapessero come vivevo realmente.
Adesso vivo un una bellissima casa assegnatami attraverso un progetto della chiesa
di San Marcello. Ho tante persone che si preoccupano di me, sono molto felice e
finalmente vivo tranquillamente come tutti i ragazzi della mia età.
Tutte queste cose belle che mi sono accadute in Italia le ho usate per dar vita a un
progetto che consiste nel mandare al mio villaggio natale il materiale necessario allo
studio per tutti quei bambini che ancora non possono farlo. Vedere un ragazzino
abbandonare la scuola a dodici o undici anni per mancanza di materiale mi ferisce
molto.
La scuola, secondo me, è la strada più importante per poter far sviluppare il nostro
paese e poter dar vita ai nostri sogni. A volte non si dà la giusta importanza alla
scuola, ma secondo me è l’unica strada per perseguire un futuro migliore.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutato lungo questo percorso, a partire da
Sare Kadiang fino ad arrivare a Bari.
In questi pochi mesi da universitario mi sono trovato bene, posso dirvi sicuramente
che darò tutto me stesso affinché possa raggiungere il mio primo obiettivo, cioè
quello di laurearmi, ma non dimenticherò mai quello di aiutare i bambini del mio
villaggio per aiutarli a realizzare i loro sogni.

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