Politecnico di Bari, la presenza italiana in Albania tra architettura e archeologia

di Redazione Go Bari mercoledì, 15 giugno 2016 ore 10:55

Italia-Albania. Dopo Roma, la mostra del Politecnico a Bari (in corso), Catania e Tirana

Bari, 15 giugno 2016 – Nei giorni che seguirono l’8 settembre 1943 vi fu solo confusione. Ancor più sentita dai comandi italiani nelle Terre d’Oltremare, come l’Albania. Qui, di colpo, incertezze, paure, tragedie, vendette coinvolsero italiani, albanesi, tedeschi, greci, slavi.
All’alba di un nuovo giorno della storia (1945), la nuova Albania del Partito del Lavoro d’Albania (PSSH) di Enver Hoxha, si riconobbe in altro ordine costituito che provò a cancellare tutte le tracce ideologiche e non, della lunga presenza italiana, e poi fascista, nel Paese delle Aquile.
Un invisibile, invalicabile muro fu eretto tra le due sponde dell’Adriatico, a delimitazione di un confine più ampio di pensiero tra est e ovest del mondo. E così l’Albania attraversò il tempo di Stalin e l’alleanza con l’U.R.S.S. (1948-1961) per poi trovare, qualche anno, dopo nuova linfa e coerenza all’idea integralista marxista-leninista nel pensiero di Mao Tse-tung della Repubblica Popolare Cinese. Nel 1978 anche il grande faro asiatico venne abbandonato e l’Albania si chiuse nel buio dell’autarchia e dei principi ideologici irremovibili della prima ora. Sicché di essa rimasero visibili, nei freddi giorni di tramontana di Otranto, le immagini vivide e reali delle montagne innevate dalle quali proveniva, preannunciata dalle note dell’internazionale socialista, la voce forte e ripetitiva dei notiziari di propaganda politica di Radio Tirana contro l’imperialismo dell’ovest e di revisionismo dell’est.
Dopo alcune concrete avvisaglie, irruppe come un tuono, 25 anni fa, la mattina dell’8 agosto 1991 nel porto di Bari, la nave “Vlora” con il suo inverosimile carico di vite che sintetizzò, come un naufrago, la disavventura del totalitarismo e prefigurò la speranza di una nuova Albania.
Oggi, la terra di Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe nazionale che si oppose ai turchi, è un paese giovane e in fermento, che ambisce ad entrare in Europa. E l’Italia, per gli albanesi, resta un paese privilegiato e non solo per ragioni geografiche.
Una mostra, “La presenza italiana in Albania. La ricerca archeologica, la conservazione, le scelte progettuali”, organizzata dal Politecnico di Bari mediante il Dipartimento di Scienze dell’Ingegneria Civile e dell’Architettura, consente di conoscere e meravigliare attraverso l’ausilio di documenti, fotografie, disegni, la storia distinta, antica e moderna, dell’Albania e le relazioni che il Paese delle Aquile ha avuto con l’Italia.
L’esposizione, tuttora in corso presso il Palazzo della Città Metropolitana di Bari (giorni feriali, ore 9:00 -19:00, fino al 20 giugno), è stata già presentata a Roma, presso il Museo Nazionale Romano (19 marzo–15 maggio) dove ha ottenuto un considerevole riscontro d’interesse e farà tappa prossimamente a Catania e Tirana, capitale dell’Albania.
La mostra presenta una sintesi dell’at­tività di archeologi e architetti italiani, tra gli anni venti e quaranta del secolo scorso, che si sviluppò attraverso la ricerca archeologica, la conservazione e valorizzazione dei monumenti storici e l’attività di progettazione di nuovi piani regolatori in numerose città albanesi, tra cui Tirana. Insieme con la vicinanza geografica e culturale, questa attività ha costituito il fondamento del legame che unisce oggi l’Italia all’Alba­nia e la base della collaborazione tra numerose istituzioni albanesi e italiane, tra i quali il Politecnico di Bari, da diversi anni presente sul territorio albanese con numerosi progetti di ricerca.
Partendo da questo presupposto, l’esposizione intende presentare, in maniera sistematica, gli esiti delle ricer­che nel campo dell’architettura e della valorizzazione del patrimonio archeologico e architettonico dell’Albania, che il Politecnico sta con­ducendo in sinergia con numerose istituzioni albanesi.
Tra gli Enti che hanno contribuito alla sua realizzazione, aprendo i loro archivi alla ricerca, figurano: il Mi­nistero degli Affari Esteri, l’Archivio Centrale dello Stato, la Società Geografica Italiana, l’Ente Fiera del Levante, l’Ente Mostra d’Oltre­mare e, in Albania, l’Istituto di Archeologia del Centro di Studi Al­banologici di Tirana, l’Istituto dei Monumenti di Cultura d’Albania, l’Archivio Centrale Tecnico delle Costruzioni di Tirana.
La presenza italiana in Albania si struttura su più livelli. Architettura, restauro dei monumenti antichi e ricerca archeo­logica sono ambiti diversi nei quali si è intervenuto per costruire una nuova identità dello stato albanese.
La ricerca archeologica, in particolare, si concentra su due momenti principali, le antichità preistoriche e protostoriche dell’Illiria e le rovi­ne romane.
Al di là delle considerazioni socio-politiche, è innegabile che la pre­senza italiana della prima metà del ‘900, abbia contribuito alla costruzione di un’identità cultu­rale e allo sviluppo del territorio albanese.
Restano comunque molti nodi di studio: il più scottante è la legittimità di una cultura importata e di una civilizzazione imposta. La realtà albanese, per la sua particolare storia che ne ha fatto un luogo di stratificazione e convivenza di culture diverse, è sotto questo aspetto uno specchio e un esempio positivo della condizione contemporanea interculturale.
La mostra “La presenza italiana in Albania. La ricerca archeologica, la conservazione, le scelte progettuali” è stata curata dai docenti del Poliba: Roberta Belli Pasqua, Luigi Maria Caliò, Anna Bruna Menghini.

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