“Senza paracadute”, il giornalismo fra casta e precariato

di Beppe Stallone domenica, 10 giugno 2012 ore 01:04

 

Intervista al giornalista Antonio Loconte che, con amara ironia, punta i riflettori su un mondo sommerso fatto di precarietà e compromessi

La copertina del libro

Bari - “Senza paracadute” libro di esordio del giornalista barese Antonio Loconte sarà presentato per la prima volta al pubblico venerdì 15 giugno, alle ore 18, nella sala consiliare del Comune di Bari.

 

Nei 31 capitoli, illustrati da Gaetano Longo, ci sono tante vite e tante storie, che l’autore attraversa durante il suo tortuoso percorso professionale e umano, fatto di sgambetti, decisioni delicate, rinunce, qualche gratificazione, ma “nessun rimpianto”. Abbiamo incontrato Antonio, giornalista precario e condiviso con lui qualche riflessione.

DOMANDA Loconte cosa la ha spinta a scrivere questo libro?
RISPOSTA Ho iniziato per rabbia, con l’idea di raccontare le magagne dell’azienda per la quale lavoravo, mettere alla berlina vigliacchi e zerbini. La vendetta, però, ha avuto vita brevissima. Un paio di pagine, che sono stato costretto a rivedere.  Una scrittura terapeutica, il solo modo che ho trovato per evitare di ammazzarmi. Non nascondo di averlo pensato, ma non ho trovato un ramo sufficientemente robusto per reggere i miei 92 chili. Sono contento di non essermi fatto annientare e di essere invece a riuscito, attraverso la mia storia, a sollevare una discussione sul mondo del giornalismo.  

 

D La sua è una battaglia contro la casta dei giornalisti, fatta da un giornalista?
R E’ sicuramente una battaglia fatta da un giornalista.  Contro la casta? Preferisco dire contro chi fa finta che non esistano colleghi precari da una vita, giovani sfruttati a due euro a pezzo o stagisti equiparati a un professionista. In Italia ci sono circa 110mila giornalisti, dei quali 60mila precari. Di questi 1 su 6 vive sotto la soglia della povertà. Il vero guaio è che un uomo affamato non può essere libero, di conseguenza l’informazione viene viziata da questa schiavitù.

D Loconte la sua scrittura se pure, a tratti leggera, ironica, divertente, a volte pare mirata a colpire qualcuno o più in generale la testata per cui lei ha lavorato per molti anni. E' così?
R Non prendo di mira nessuno in particolare, ma essendo una vicenda autobiografica in tanti si riconosceranno. Chi non aspetta altro che querelarmi, però, rimarrà deluso.  Come diceva il mio è un racconto ironico per riflettere su temi decisamente drammatici. Ci sono figure tipo, le stesse che affollavano e ancora affollano l’emittente per la quale ho lavorato poco meno di otto anni e quelle di ogni altra maledetta redazione in cui tanti colleghi continuano a tenere la testa sotto la sabbia. La nostra è una categoria di narcisisti. Pur di apparire in video o di firmare un pezzo ci si fa spolpare fino all’osso. Mi chiedo con quale serenità un giornalista che non ha ancora preso lo stipendio di gennaio, possa andare a chiedere le ragioni di una protesta a un operaio che si è arrampicato su una gru ad agosto.

 

D Più in generale come ritiene che si possa in qualche modo tentare di sanare la piaga del precariato, così diffusa nel nostro settore?
R In una recente trasmissione televisiva un rappresentante della Cgil ha citato la categoria dei giornalisti come emblematica della precarietà italiana. Si deve iniziare soprattutto a non fare alcune cose. Non si possono continuare a sfornare professionisti senza che ci siano richieste di lavoro. Io lo sono diventato d’ufficio e dopo ho fatto volantinaggio. Non si può consentire a un pubblicista per hobby, che nella vita fa il medico, il farmacista, l’avvocato o l’ingegnere di fare ciò che dovrebbe fare un giornalista. Non si può permettere a uno stagista o a un tirocinante di fare le stesse cose che un professionista ha imparato in vent’anni di gavetta e mestiere. E quando parlo di professionista non mi riferisco all’essere iscritto all’Ordine. Non si possono fomentare master costosissimi solo per incassare soldi ma, purtroppo, anche le illusioni di tanti ragazzi che, alla fine del biennio, per pagare la quota associativa sono costretti a fare i camerieri. Non si può nascondere la testa dall’altra parte quando qualcuno viene licenziato senza una giusta causa, o solo per aver espresso un’idea. Sono convinto che in questo modo le cose da fare per rimettere in sesto il nostro settore sarebbero molte meno. 

D Alla crisi economica generale si aggiunge una crisi dei media tradizionali. L'informazione pare sempre più uniforme, ma non per questo più digeribile. I giovani si orientano sempre di più verso altri media, social network, web tv e giornali telematici. E una crisi irreversibile? e come se ne esce?
R L’informazione  - soprattutto quella tradizionale - è indigesta proprio perché è uniforme. Del resto,  lo dicono anche i nutrizionisti, per non ingrassare bisogna mangiare un po’ di tutto e in maniera moderata. La crisi delle vendite e dei volumi di raccolta pubblicitaria della carta stampata – e da qualche tempo anche della televisione – sono il sintomo di un cambiamento radicale. Non so per quanto altro tempo il sistema possa reggere. La verità è banale: siamo troppi e in tanti si improvvisano giornalisti. Si stanno perdendo di vista gli obiettivi. Sapere chi avesse vinto le ultime elezioni amministrative a Gravina in Puglia è stata un’impresa perché tutti, anche i giornali e le tv di paese, scrivevano e raccontavano della vittoria di Tosi a Verona o di Orlando a Palermo. Bisogna tornare a raccontare le vicende che vediamo fuori dalle nostre porte. Diversificare aiuta a digerire. L’altro lato della medaglia, però, è una rete ancora poco autorevole, in cui è facile far passare come verità una bufala, o peggio ancora, un piano ben architettato per muovere consensi. Come in tutte le cose ci vuole equilibrio per evitare che le vittime diventino carnefici e i colpevoli restino impuniti, ma soprattutto che blogger, opinionisti, esperti, presenzialisti, comici, presentatori e veline, possano improvvisarsi giornalisti.

 

D Il presidente Monti qualche giorno fa ha parlato di poteri forti e influenze che hanno sulle grandi testate. Esistono poteri forti anche qui in Puglia che esercitano pressioni sulla politica e non solo?
R Poteri forti in Puglia? Certo che ce ne sono, come nel resto del Paese. Mi fa meraviglia che ci sia ancora chi se ne meraviglia. Nascondere le proprie inclinazioni e le proprie amicizie diventa sempre più difficile nell’era dei social network. E’ per questo che il problema viene sollevato con più frequenza rispetto al passato. Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre editori, politici, giudici e imprenditori amici di merenda. 

D Loconte lei si ritiene un giornalista coraggioso?
R Molti colleghi e amici mi hanno consigliato di non pubblicare il libro per evitare di essere tagliato fuori dal sistema, consigliandomi di approfittare dei soldi della disoccupazione – che prenderò fino a maggio prossimo - per scrivere gratis per un quotidiano importante. Qualcuno dice che sono un bravo giornalista – ho vinto anche dei premi, sa? -  ma non ho la vocazione. Non mi vergogno di essere un nuovo povero. Non avendo l’abito talare posso tranquillamente decidere di fare altro nella vita. Intanto racconto alcune storture, fragilità, passioni, lotte e rivincite. Spero che, prima di morire, in tanti sposino la mia causa togliendo la testa da sotto la sabbia. Sempre più spesso la normalità viene confusa con l’eccezionalità. Sono supereroe solo quando vesto i panni di “Capitan Loconte” per cittadeibimbi.it. A parte le battute, sono stato coraggioso quando ho continuato a lavare parabrezza nei panni di un lavavetri, nonostante un automobilista mi avesse fatto vedere la pistola nel cruscotto per farmi capire che non era aria; sono stato coraggioso quando ho “assalito” un camionista che scaricava scarti di lavorazione edile nel parco naturale di Lama Balice, senza sapere che reazione avrebbe avuto. Il coraggio è un’altra cosa, ma di certo non sono un codardo.

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate

   

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