A lezione di integrazione dal Prof. Pedro Miguel

di Margherita De Quarto lunedì, 16 maggio 2011 ore 21:17
Il razzismo raccontato da chi lo vive sulla propria pelle

Bari - Poniamo il caso che un giorno vi rendiate conto che tutti vi stiano guardando in maniera insistente. E che ad un tratto vi rendiate conto che oltre agli sguardi insistenti, ci siano anche voci soffuse che bisbigliano battutine sul vostro conto. Vi preoccupate! Oh se vi preoccupate! Correte a specchiarvi e notate che è solo un po’ di sporco sul viso, che con un po’ di acqua andrà via. Bene, ora immaginate, invece, di specchiarvi e di scoprire che non c’è proprio niente che non va. Venite solo dall’Angola e avete la pelle più nera della pece. Dopo aver scoperto che è qualcosa che non si lava via, scoprirete anche che non c’è proprio niente da ridere.
Questa è la storia di Pedro Miguel, un noto studioso, nonché docente dell’Università di Bari, che vive in Italia da più di trent’anni ed è sposato con una donna italiana, o, per capirci meglio con una donna bianca.
Quando gli chiedo se ritiene che Bari sia razzista, Pedro, infatti, risponde: “Non so cosa vuole intendere lei per razzismo, ma se io entro in un ristorante tutti si fermano, tutti parlano, come se fosse entrato, non so…un extraterrestre. Le persone ti dicono “No no. Non è possibile. Siamo nel 2011!”, io rispondo: “Venga con me”. Quando sentono anche loro, smettono di parlare.”
Pedro arriva in Italia non per scelta, ma per caso e ci si ferma solo perché qui trova la sua compagna.
Mi consiglia di leggere un suo libro per capire meglio cosa intende lui per razzismo, “Dibubu”. Nel libro lui scrive: “Chi ha sete non deve attraversare il fiume. Voler attraversarlo significa che o non si ha sete o che comunque si vuole andare da un’altra parte. Ho citato questo proverbio a proposito di coloro che costituiscono tante organizzazioni non governative, tante associazioni, promuovono tante iniziative in Africa o per l’Africa, l’Africa che sta lontano, ma non si interessano degli africani che vivono vicino, sotto i loro occhi”.
Infatti, Pedro afferma che “togliendo i Padri Comboniani con i quali ho un buonissimo rapporto, l’istinto dei missionari sia sempre quello di volerci a vendere accendini in mezzo alla strada, così loro possono esercitare la loro capacità protezionistica, il loro paternalismo.
Se un africano non ha studiato è oggetto di pietà, se invece ha studiato è oggetto di non grande simpatia. Ovviamente non possiamo generalizzare, ma la tendenza è questa.
Io insegno sociologia delle relazioni etniche all’università. Qual è la persona con cui potrei collaborare se non l’Assessore alle culture mediterranee, che mi conosce anche molto bene?!? Con ciò voglio dire che ci sono realtà in cui, però, non ci vogliono. Quando ho insegnato all’Università di Lecce, c’era una guerra contro di me, specialmente da parte di coloro che insegnavano materie affini alla mia, coloro che parlavano della mia cultura e volevano essere gli unici a parlare della MIA cultura.

Secondo lei quale sarebbe la giusta soluzione per portare Bari ad una situazione di reale antirazzismo?
Conoscenza e rispetto. Inoltre sarebbe necessario che certi missionari, piuttosto che andare a catechizzare in Africa, potrebbero restare qui, dove c’è gente che ne ha bisogno.
Poi ci parla di modo di conoscere l’altro: “se voglio conoscere una sedia, il modo in cui ne parlo è già discriminante, perché parlo della sedia in generale. È una sedia che non ha colore, che non ha dimensione affettiva, è una sedia che non ha peso. Quindi, già le differenze vengono eliminate. Rimango con la sedia in generale e su questo voglio fondare la mia scienza. Quando troverò una sedia che non è uguale a quella di cui ho il concetto nella mia sedia, quella non è sedia. Se vado in Africa e non trovo una sedia corrispondente a quella di cui ho il concetto, concludo che l’Africa non ha sedie. Questo modo di conoscere è un modo che discrimina, che elimina le differenze”.

Cosa intende per integrazione? C’è un processo di integrazione in Europa?
C’è stato un tentativo di assimilazione, ma non un vero e proprio processo di integrazione.
Le faccio un esempio. Quel gatto che ha visto in casa, l’abbiamo preso quando da piccolo venne abbandonato dalla madre. Una volta in casa si è arrangiato da solo. L’uomo no. L’uomo nasce incompiuto e si completa in mezzo agli altri, che siano bianchi o neri.

continua...

Attibuzione - Non commerciale

   

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