Via Beltrani: la parola ai senza fissa dimora

di Francesca Mongelli domenica, 30 ottobre 2011 ore 09:08
Dalla palazzina tra Madonnella e San Pasquale i senzatetto lanciano un appello per la rivendicazione del diritto alla casa

I senza fissa dimora di via Beltrani assieme ad alcuni volontari

Bari - Il palazzo occupato in via Beltrani è ormai una casa per i senza fissa dimora. A unirli è una condizione comune, la sopravvivenza. Si tratta non solo di ex precari italiani, che hanno perso il posto di lavoro ma anche di migranti provenienti da diverse regioni africane. Via Beltrani oggi è un'esperienza sconcertante se si pensa al rumore collettivo di un anno fa.

Se noi crediamo di sapere quanto la crisi economica stia incidendo sulle nostre vite, le nostre famiglie e il nostro lavoro, loro ne sanno di sicuro di più. Sono persone a cui è stato negato il diritto dell'abitare. 

Ognuno di loro custodisce gelosamente il proprio passato, alla luce di un presente incerto e pericoloso. Vogliono però, essere ascoltati perché sperano di sollecitare il Comune e le istituzioni in generale affinché le parole diventino al più presto fatti. 

 

Quando di proposito usiamo l'espressione " l'indifferenza è l'arma migliore" non siamo coscienti del fatto che c'è chi l'indifferenza la vive davvero ogni giorno per strada. Alienati dalla società, dai sistemi, dalle istituzioni entrano in un processo che li conduce ad estraniarsi addirittura da se stessi. La conseguenza più letale è il suicidio. "La strada ci butta giù, ci toglie la voglia di vivere" ha dichiarato Giusi, incinta da quattro mesi. Ma cosa significa essere donna nelle condizioni di Giusi? Attendere di diventare madre, con la paura di non poter crescere il proprio figlio e con l'angoscia di non potergli mai assicurare un futuro?

Poi c'è Luana, che dall'età di due anni ha trascorso la sua vita negli Istituti. Era una colf, ora è disoccupata. Oggi però sorride perché ha trovato l'amore, Antonio, anche lui segnato da un passato difficile, ha vissuto per strada dall'età di 17 anni e oggi si confida, "sono stanco, voglio potermi permettere l'affitto di una casa". Antonio è un giardiniere, lavora nelle campagne, guadagna 25 euro al giorno quando lavora, si perché purtroppo la sua mansione è soggetta al tempo e quando è fortunato riesce a lavorare 20 giorni al mese. 

Infine c'è Arcangelo, che racconta di aver fatto il salumiere per 20 anni e ammette di sapere cosa vuol dire trovarsi ogni giorno davanti a un banco bandito e ricco e di averlo sognato spesso durante i periodi in cui invece ha sofferto la fame, ed è andato avanti con spremute di limone.  Già, perché nessuno immagina quando afferma di "morire di fame" cosa significhi realmente questa espressione per chi un piatto caldo o freddo rischia di non vederlo per giorni interi.

La loro occupazione non è una forma di protesta o di negligenza al lavoro, piuttosto è stata l'unica strada possibile da percorrere. Oggi insieme si definiscono una famiglia, e l'affetto che li lega l'uno all'altro rappresenta il loro motivo di esistenza. Si preoccupano se uno di loro non rientra, se è lontano per troppo tempo. Sono disposti a lasciare il palazzo subito se venisse concesso loro il diritto alla vita. Sì, loro sognano di vivere, e come possiamo rimanere fermi di fronte alla necessità di chi sogna un diritto che invece gli spetterebbe solo per il fatto di essere venuto al mondo? 

 

Il pregiudizio più grave, sta nel considerare questa povera gente dei criminali, dei delinquenti e il governo, che spiacevolmente in certi casi, si trova tra l'incudine e il martello, non riesce a far passare il messaggio che chi occupa per necessità non è uguale a chi gestisce un'attività illecita. 

Il paradosso dell'oggigiorno è che a finire in prigione sono i disperati e non i colpevoli.

 

Ma la voce dei senza fissa dimora non cede, hanno già avuto dei colloqui con l'amministrazione barese che si è mostrata disponibile e sensibile alle loro necessità. Chiedono però di sveltire i tempi, di equipaggiarsi meglio. Desiderano solo essere aiutati a porre le basi, non vogliono essere mantenuti, sono pronti a darsi da fare. 

Tra le proposte e le idee che si scambiano emerge quella di chiedere al Comune di ceder loro in affitto delle case cantoniere.

La loro occupazione vuole sollecitare le coscienze politiche dell'amministrazione barese e vuole rivendicare la loro dignità. Una dignità che consentirebbe alle coppie di fatto tra i senza fissa dimora la possibilità di sposarsi, al momento negata per la mancanza di un tetto coniugale. Una dignità che li renderebbe cittadini reali, dal momento che oggi possiedono solo il cosiddetto "Via città di Bari", appositamente creato per i senza fissa dimora, a cui è assegnata una residenza virtuale. 

 

 

Attibuzione - Non commerciale

   

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    Questi diasgi sono veramente all'ordine del giorni. Fortunatamente, ci sono ache compagnie che possono aiutarci a reclamare. Qui potete trovare le...

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