Intervista agli ZEN CIRCUS

DEMODE
Via dei Cedri, 14 70026 Modugno (BA)
Tel: 0805621567
E-Mail: info@demodeclub.it
Web-Site: http://www.demodedisco.it

Sabato 29 dicembre il concerto di FINE ANNO

 

Il DEMODÉ CLUB di Modugno (Ba) confeziona il suo regalo di fine anno offrendo agli appassionati consumatori di musica live l’opportunità, praticamente irripetibile nel 2013, di uno spettacolo dal vivo con pochi eguali in Italia. Sabato 29 dicembre dalle ore 23 arriva una delle ultime battute live per la band pisana The Zen Circus (ovvero Andrea Appino, Massimiliano Schiavelli aka UFO e Karim Qqru) che nell’imminente nuovo anno farà una lunga sosta per preparare il seguito dell’ultimo album. 
 
Go-Bari ha raggiunto telefonicamente il bassista UFO, al secolo Massimiliano Schiavelli, per un’intervista esclusiva che alimenta la spasmodica attesa per il concerto più gettonato di fine 2012. 
 
Agli Zen Circus piace essere riconosciuti come elementi di spicco della “scena indie” italiana (per utilizzare un termine piuttosto in voga)?
Preferiremmo che si pensasse a noi come “artigiani” della musica. Per noi la musica si distingue fra quella fatta artigianalmente e quella fatta industrialmente. Più che fra indipendente e non. Considera che alcuni fra i dischi più belli della storia della musica, e mi riferisco agli anni ’60 o ’70, uscivano tutti con delle etichette major. Penso a Jimi Hendrix, ai Jefferson Airplane, o ai Creedence Clearwater Revival. A quel tempo non esistevano mica le etichette indipendenti, eppure i lavori erano ottimi. Li distingueva da lavori pessimi il fatto che ci fosse la passione artigiana, la passione per qualcosa di vero. E tutt’oggi si può riproporre quel modello lì. La dimensione di artigiano, dunque, è quella più vincente. La recente crisi della discografia l'ha dimostrato: viene premiato chi poi porta il lavoro fuori a confronto con il pubblico, dal vivo, e lo fa vedere di persona. E’ quello il discriminante adesso. Non tanto chi è “indipendente” o “non indipendente”. La moda della “scena indie” è connaturata al fatto che la musica è pur sempre un prodotto che si vende. C’erano tanti falsi gruppi beat negli anni ‘60, o tanti falsi gruppi punk negli anni ’70. Il fenomeno c’è sempre stato. Pensiamo un po’ all’ambiente inglese che vive anche di questo.  Di come gonfiare gli artisti attraverso imposture. Poi alla fine il pubblico premia quella dimensione artigianale che è riconoscibile.
 
Quale prospettiva per il business musicale in Italia?
Come tanti aspetti del settore economico verranno premiati le filiere corte, le dimensioni medio-piccole, che permettono con investimento logico e ponderato di ottenere qualcosa. Potranno anche esserci bravi improvvisati. Purché i lavori vengano presentati con coerenza. Ciò che accade già con l’etichetta La Tempesta (ora la principale tra le indipendenti in Italia, N.d.R.), dove non ci sono neanche i contratti. Nessun artista che lavora con La Tempesta ha firmato alcunché. Vengono premiate cose come la fiducia e i valori veri.
 
Al di là dei prodotti della vostra scuderia, La Tempesta, c’è qualche lavoro altrui che vi ha colpito particolarmente quest’anno?
Certamente. Non bisogna essere autoreferenziali e noi non lo siamo. Abbiamo assistito con piacere alla nascita dell’etichetta pugliese, La Rivolta Records, che ha fatto dei bei lavori veramente molto curati. E poi altre band validissime tipo i Movie Star Junkies, una realtà meravigliosa, Simona Gretchen che è una grande cantautrice, oppure la vostra Carolina da Siena, gli Atari, o gli A Toys Orchestra. E’ un momento veramente proficuo. E vedo che anche il pubblico è onnivoro e segue contemporaneamente più situazione. La sera prima va a vedere gli Zu, la sera dopo va da Alessandro Fiori, o magari i Calibro 35, e poi viene a vedere noi. Questo è molto interessante.
 
Come lo vedi il futuro politico “Nel Paese che sembra una scarpa (citazione del titolo di un brano degli Zen Circus, N.d.R.)”?
Il futuro politico in Italia lo vedo possibilmente ancora peggiore. Sarebbe tanto bello il contrario, ma lo vedo più nel piccolo o a livello locale che nazionale. Ci sono tantissimi ragazzi eroi in giro, ma la situazione nel macrosistema è parecchio preoccupante. C’è un’involuzione del linguaggio, del pensare e del mettersi in discussione. C’è una certa deresponsabilizzazione generale. Uno ti spacca lo specchietto e se ne scappa. La gente non si assume più le responsabilità per niente. Questo è molto preoccupante per l’avvenire.
 
Chi è “Nato per subire” (citazione dal titolo dell’ultimo album degli Zen Circus, N.d.R.), poi, per cosa muore? 
(Risata) Questa è bellissima. E’ una condizione anche ontologica. Chi è nato per subire è nato proprio per morire. Tutte le vite umane finiscono con una sconfitta sonora. Sarebbe bello che nell’arco della propria vita una persona possa scrivere almeno una riga della sua storia. Il “Nato per subire” è tendenzialmente la persona “che si fa vivere” e non riesce a metter di suo nemmeno una parola nella narrazione della sua vita.
 
Karim e Appino pubblicheranno quasi contemporaneamente due lavori solisti. Come e se ciò influenzerà il percorso artistico degli Zen Circus d'ora in poi?
Io penso di sì. Karim e Appino avevamo del materiale che esulava dal concetto Zen Circus e hanno deciso di affidarlo difatti a un lavoro a parte. Influenzerà più che altro il fermo che faremo per un anno. Perché servirà a lavorare in modo diverso. A cominciare dalla sala prova e poi arrivare allo studio. Invece di fare il contrario. I nostri dischi sono stati spesso creati nelle pause dei concerti con grande fretta e urgenza e poi lavorati in studio. Invece vorremmo arrivare finalmente a fare un percorso all’opposto. Cominciare dalla sala prove e arrivare poi allo studio con più calma. Ecco l’influenza vera.
 
Breve esegesi de “I Qualunquisti” (singolo dell’ultimo album della band, N.d.R.). Mi descrivi il qualunquista modello? 
(Altra risata). E anche questa è bella. Sembrava un’esperienza conclusa nel dopoguerra. Il qualunquismo invece pare che sia proprio un tratto portante dell’italiano. Una delle cose che si sente più sovente è l’affermazione “Sono tutti uguali!”, questo ad esempio è il tratto ricorrente. O anche lamentarsi dei prezzi e possedere la casa piena di parabole è molto divertente. Sento sempre un mucchio di gente che si lamenta di questo e di quell’altro e poi stranamente è sempre alla Snai a mangiarsi tutto. Il qualunquismo poi è anche una forma di autolesionismo deresponsabilizzante. Un fenomeno interessante molto italiano direi.
 
Vi esibirete al Demodé sabato 29 dicembre e Bari si può definire storicamente la Città dei gommoni. Chi ci vorreste trascinare su quel gommone (citazione dal brano “Atto Secondo” dell’ultimo album, N.d.R.)?
Io sono per rimanere in Italia e sui gommoni caricarci della gente e mandarla via. Preferirei che i giovani rimanessero tutti. Non vedo perché la gente in gamba debba andare via dall’Italia. Potrebbero andare via i pezzi di merda, magari. Si potrebbe fare il contrario: perché ci devo andare all’estero io quando ce ne sono tanti che dovrebbero essere mandati a spintoni? Tanto non servono a niente qui, potranno tranquillamente non servire a niente da un’altra parte. E non sto parlando degli immigrati chiaramente.
 
I vostri corregionali Baustelle sono in procinto di intraprendere un tour con l’Orchestra, ci si può aspettare presto qualche esperimento simile dagli Zen Circus?  
No no no. Noi con queste cose qui le amiamo poco qui e non ci scaldiamo. Rimaniamo noi tre e la festa è finita. Anche se abbiamo fatto già otto album. Non è il momento di fare come tanti altri artisti italiani che cominciano a sperimentare con l’elettronica e con gli arrangiamenti orchestrali. Per carità, è una cosa che ci sta “per strada”, però dipende da quale tipo di linguaggio provieni. Noi nasciamo dalla strada e penso che continueremo a fare canzoni e canzoni con chitarra, basso e batteria. Il nostro linguaggio è il pragmatismo e il nostro riferimento sono proprio le band come Creedence Clearwater Revival, anche se sembra assurdo dirlo.
 
Come fate a mantenere quel fisico, forse praticate molta palestra? 
Macché palestra d’Egitto! Si lavora tanto, lo puoi chiedere anche a un piastrellista o a uno che va a potare gli alberi e lavorando tanto si rimane in esercizio. Siamo sempre in giro per i concerti e ci diamo sotto, tutto qua!
Non mancherà allora anche il particolare estetico (che non guasta mai) da osservare con maggiore attenzione in quella che si trasformerà nella gioia di “una grande festa per nulla buonista”, com'è definito dagli Zen Circus il proprio show, che affida alla musica il compito di provare a capirci qualcosa in questo “Paese che sembra una scarpa”. Almeno soltanto sabato 29 Dicembre al Demodé. 
 
Luigi Fallacara
 
DEMODE
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